Giorgio Fidenato, una battaglia contro le corvée di Stato
Giorgio Fidenato, imprenditore agricolo, presidente dell’associazione Agricoltori Federati della provincia di Pordenone (Friuli) , non è un evasore fiscale. La sua battaglia con il fisco non sottrae risorse allo Stato: sia lui che i suoi dipendenti e i suoi associati pagano tutte le tasse, semmai è il fisco che non le accetta. Se il problema indicato dal ministero delle Finanze è l’assenza di risorse, come mai lo Stato si permette di non accettare il pagamento di tasse pagate dai suoi cittadini? Fidenato, semplicemente, ha deciso di pagare gli stipendi lordi in busta paga. Da imprenditore, rifiuta di svolgere (gratis) il lavoro dell’esattore di imposte: siano i dipendenti stessi a pagare quanto dovuto. La sua non è neppure una battaglia segreta: si è immediatamente auto-denunciato. E ha presentato ricorso nel momento in cui l’Inps gli ha ugualmente recapitato le cartelle esattoriali. Ricorso che, giovedì scorso, è finito di fronte a un giudice del lavoro. Nell’udienza del Tribunale del Lavoro di Pordenone il giudice ha sospeso l’esecutività delle cartelle esattoriali e ha rinviato l’udienza al prossimo 28 gennaio. “Si tratta di un grande passo avanti” - spiega Giorgio Fidenato a L’Opinione - “Il giudice ha comunque riconosciuto che la nostra non è una frode. Altrimenti avrebbe potuto esigere da me un pagamento immediato”. L’avvocato difensore dell’Inps, Paolo Bonetti, nella sua arringa, ha fatto presente che non esiste una giurisprudenza a supporto della posizione di Fidenato: “… a suffragio della tesi avversaria, è il richiamo alla dottrina, ravvisata negli scritti di un ‘economista-giurista francese’, tal Pascal Salin, delle cui capacità e curriculum certamente non dubitiamo, docente universitario ‘tra i maggiori studiosi viventi dei sistemi finanziari dello Stato’, di cui viene citato a piene mani un testo che è tutto un programma: La tirannia fiscale”. Salin, nel suo saggio contro il fisco “ha espresso un concetto molto semplice” - ci spiega Fidenato - “ritiene che esista un equivoco di fondo in tutti i sistemi fiscali: è infatti sbagliato pensare che l’impresa paghi una parte dei contributi del dipendente, perché tutte le tasse sono pagate, alla fine, dai lavoratori. Nella sostanza, è una parte di stipendio quella che l’impresa è costretta a versare a un altro ente”. Ma l’imprenditore friulano non ha dalla sua solo Salin, che comunque ha ispirato la sua azione: mira infatti ad arrivare alla Corte Costituzionale. “Obbligarmi a fare l’esattore (come da Regio Decreto 1827, una legge del 1935) può essere considerata una norma anti-costituzionale. Per l’articolo 23 della Costituzione, nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta, se non in base alla legge. Bene: la legge già ci obbliga a fare il testimone, ci obbligava a fare il militare, ma non può andare contro il diritto di libertà individuale garantito dall’articolo 3 della Costituzione. Essere costretti a svolgere il lavoro di esattore implica costi, economici, di energie e di tempo. Ed è una prestazione personale”. La battaglia di Fidenato è individuale, ma di fronte alla sede del tribunale di Pordenone erano presenti anche gruppi politici di area liberale: il gruppo i riformatori liberali di Libertiamo, radicali, gli imprenditori della Life e soprattutto il Movimento Libertario, di cui Fidenato è membro fondatore. “Io non voglio lavorare gratis per lo Stato, è questo il significato della nostra battaglia” - spiega a L’Opinione Leonardo Facco, presidente del Movimento Libertario - “questa campagna può produrre una serie di conseguenze: dare tutto lo stipendio in busta paga, al loro delle tasse, permette al lavoratore di avere una percezione reale del peso dello Stato. E di diventare un individuo più responsabile”. I sindacati, al contrario, sono infuriati. Per Franco Belci, segretario Cgil del Friuli Venezia Giulia, l’iniziativa di Fidenato è: “un modo per indurre all’evasione fiscale, perché il compito di fare le ritenute spetta a tutti i datori di lavoro”. Il sindacalista dipinge uno scenario nero, in caso di successo dei libertari: “Se noi aboliamo questi passaggi di legalità, apriamo la strada all’anarchia fiscale”. Un concetto analogo, proprio sul caso Fidenato, era stato espresso anche dal ministro del Welfare, Maurizio Sacconi: se passa la battaglia contro il sostituto di imposta, “saltano” i conti dello Stato. “Lo Stato si ritroverebbe con 20 milioni di contribuentui a cui deve chiedere soldi” - conferma Leonardo Facco - “i sindacati perderebbero il loro ruolo, 20 milioni di contribuenti si renderebbero conto di quanto pesa lo Stato. Ma questo effetto è positivo. Perché è impossibile che una riforma del sistema fiscale parta dal Parlamento. La riforma per un fisco meno esoso, ristrutturato e più semplice, può partire solo da basso. E poi noi siamo libertari. Non vogliamo salvare il mondo, vogliamo solo difenderci. Se nel proteggere i nostri diritti creiamo dei benefici per tutti, inducendo lo Stato a riformarsi… tanto meglio”.
Stefano Magni - L’Opinione 21 novembre 2009
